Antonello Serrao
A.F.I. - A.F.I.A.P.

La corrida a Madrid

Cosa può spingere l’uomo ad uccidere un animale, oltre alla necessità di nutrirsi o di difendersi? L’interrogativo è d’obbligo se si parla di corrida, anche se è destinato a rimanere senza una risposta che possa essere considerata assoluta o univoca.

In particolare, pretendere di cassare l’argomento “corrida” nel senso di accettarla come tale per ciò che storicamente e tradizionalmente rappresenta o vietarla per sempre in quanto inutile violenza sull’animale, è una disputa destinata a rimanere senza né vinti né vincitori.

Assistiamo, ormai da decenni, alle polemiche fra chi, come gli animalisti, giudica tale rito disumano e crudele, non degno di una società civile e, quindi, da abolire e chi, primi fra tutti gli spagnoli più tradizionalisti, cerca di difendere a spada tratta un aspetto che incarna la tradizione e la cultura di un popolo e che necessariamente trascende dall’essere una semplice mattanza di tori per assurgere a fenomeno caratterizzante una cultura ed una tradizione uniche al mondo, da preservare e tramandare alle future generazioni.

Come per la gran parte delle cose della nostra vita, la verità sta nel mezzo.

Così come la fotografia che, quale strumento di rappresentazione, ha il solo scopo di raccontare la realtà, lasciando ai fruitori delle immagini il compito di trarre le rispettive conclusioni.

Qualunque sia il vostro pensiero, è indubbio che la corrida fa parte della Spagna ed è una delle tradizioni che più identifica questo paese nel mondo.

“Capire” la corrida è tutt’altro che facile; gli “olè”, gli applausi della gente, le manifestazioni di giubilo verso il torero che ha appena ucciso il toro, il tifo quasi da stadio di calcio, sono la rappresentazione di un archetipo che affonda le radici nel passato remoto e che, forse, non è nemmeno giusto cercare di piegare alla logica del tempo che passa.

Antonello Serrao