Antonello Serrao
A.F.I. - A.F.I.A.P.

Nell’immaginario collettivo un viaggio in Kenya si identifica, più o meno, in una bella vacanza al mare sulle spiagge cristalline di Watamu o Malindi, al quale unire semmai qualche giorno di safari nei parchi nazionali più vicini alle località di villeggiatura. Certamente il turismo di massa tende ormai ad “omologare” i viaggiatori, offrendo pacchetti “tutto compreso” che lasciano poco spazio alla fantasia ed all’iniziativa personale.

Il Safari, nei parchi e nelle riserve naturali, suggella l’incontro con bellissimi animali allo stato brado, ormai incuranti delle orde di 4X4 cariche di turisti muniti di cellulari, a caccia dell’immancabile foto ricordo. Le bellissime spiagge, pressoché fruibili tutto l’anno, assicurano il meritato riposo dalle fatiche occidentali.

Ma il Kenya fortunatamente non è tutto qui.

Questo viaggio, a mio avviso, presuppone un approccio più consapevole, meno consumistico, ma non per questo meno accattivante.

Vale senz’altro la pena di soffermarsi sulla gente, sullo sguardo eloquente di una mamma con i suoi figli scalzi, sporchi e spesso affamati, sulle contraddizioni di una terra bellissima dall’evidente forte disuguaglianza sociale fra i benestanti stranieri, proprietari o conduttori di strutture ricettive a 4 stelle, e la popolazione locale, estremamente povera ma fiera e dignitosa.

Le fatiscenti baracche dalle precarie condizioni igieniche, che facilmente si trovano in prossimità delle bellissime spiagge, sono la testimonianza di come ancora ci sia molto da fare.

L’orfanotrofio di Timboni, che abbiamo visitato, ci ha mostrato l’altra faccia del dramma sociale; bambini ed adolescenti abbandonati che, grazie al sostegno occidentale, hanno almeno un’istruzione, un tetto decoroso ed un piatto caldo.

Toccare con mano realtà così dure e lontane da noi, ci fa almeno apprezzare ciò che abbiamo e di cui spesso ci lamentiamo.

Antonello Serrao